Fondazione Marconi
Arte moderna e contemporanea
via Tadino 15, 20124 Milano
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Orario:
martedì - sabato
10 - 13 e 15 - 19
 
La sede espositiva della Fondazione Marconi resterà chiusa dal 15 al 17 aprile
 
 

 
 

 
 
 
 

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Color and Co, 1969, Acrilici su tela , 200 x 240 cm,
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La camera afona (esterno), 1973, Acrilici su tela, 200 x 240 cm,
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Archeologia, 1973, Acrilici su tela, 200 x 300,
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Disordine in un corpo classico, 1981, Acrilici su tela, 200 x 150 cm,
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L'occhio della pittura, 1978, Acrilici su tela , 150 x 200 cm,
TADINI1960-1985. L'occhio della pittura.
Il 30 ottobre 2007 verrà inaugurata al pubblico la mostra di Emilio Tadini "1960-1985. L'occhio della pittura", con la collaborazione della Provincia di Milano, Assessorato alla cultura e delle Fondazioni Marconi e Mudima, dell'Accademia di Brera e dell'Archivio Emilio Tadini e con il patrocinio del Comune di Milano, Assessorato alla Cultura. Un centinaio di opere saranno esposte negli spazi espositivi delle Fondazione Marconi e Mudima e nella Sala Napoleonica dell'Accademia di Brera. In questa occasione, verrà stampato da Skira editore un volume di circa 304 pagine con un testo introduttivo di Vittorio Fagone e con un'ampia selezione di testi critici dell'epoca e successivi riguardanti l'opera di Tadini dagli inizi fino al 1985. Una seconda mostra antologica inerente il periodo 1985 - 2002 è stata programmata per il 2009. Alla Fondazione Mudima saranno esposte le opere dal 1965 al 1975. Il percorso parte da Le vacanze inquiete e La famiglia irreale d'Europa, nei quali già si può notare le caratteristiche che rimarranno tipiche della pittura di Tadini: il clima fantastico e surreale e la costruzione mentale del soggetto. Le immagini del Tadini, infatti, sono evidenza plastica conclusiva di un discorso mentale, cioè la figura non è puramente concettuale, ma simbolo dei processi di pensiero. Pensiero e immagine sono indissociabili e insieme conferiscono la potenza speciale, fatta di allusioni e antiche sintassi e costruzioni narrative. Altra peculiarità della sua opera, individuabile già dalle prime tele esposte, è lo svilupparsi per cicli. Il primo realizzato nel 1965, Le vacanze inquiete, seguito poi nell’anno successivo da Il posto dei bambini e Il giardino freddo. La ciclicità della pittura consente di affrontare il soggetto scelto secondo più punti di vista, individuandone ogni possibile sfumatura come accade per le serie esposte nelle sale successive, La vita di Voltaire, Circuito Chiuso, L’Uomo dell’organizzazione e Color and Co.. La prima è un'indagine del mondo della ragione illuminista: la figura umana è al centro della scena, inserita in un meccanismo onirico che ha radici freudiane. Due sono i livelli di lettura che coesistono dando vita sulla tela a un sistema di associazioni fantastiche: l’area dell’esplicito e quella del rimosso, quella dei riferimenti reali alla vita del filosofo e quella delle immagini risultate dalle libere associazioni di idee. In Circuito Chiuso, Tadini partecipa al dibattito, in corso negli anni Sessanta, sul peso negativo dei media e della TV, riflettendo sull’ambiguità di tutte le immagini che l’artista vede come “trascrizioni rispetto a un’inattingibile realtà”. In L'uomo dell’organizzazione, il pittore sviluppa l'idea di un personaggio anonimo parte di un’organizzazione, che può essere un uomo di partito, o un semplice funzionario, un personaggio un po' cinematografico, senza volto e assolutamente anonimo che si muove in un ambiente impersonale: un'ironica destabilizzazione della figura dell’uomo. In Color and Co., invece, l'assenza totale della figura umana rende la pittura stessa oggetto della critica pungente da parte del pittore che la riduce a vasetti e vasche di colore dissociando così il colore dall'immagine e sottolineandone quindi la materialità: non c’è nessuna allusione metafisica, ma è solo rappresentato l'oggetto in quanto oggetto. In questi primi cicli Tadini utilizza un linguaggio pittorico ispirato alla Pop Art inglese più complessa e raffinata di quella americana e nella quale è più immediatamente distinguibile l’aspetto simbolico e metaforico. La sua tecnica attinge dalla pubblicità e dal design grafico: le immagini si stagliano nette su campiture di colore piatto e la composizione si articola senza una profondità reale. Nel ciclo Paesaggio di Malevi, la contaminazione dell’icona astratta, rappresentata dalle piatte forme geometriche del Suprematismo, avviene attraverso l'accostamento di queste a figure tridimensionali appartenenti al repertorio del quotidiano. Il tentativo di “rimettere in movimento il tessuto mistico della pittura di Malevi” s'inserisce nella riflessione sulla pittura e la sua storia che trae origine dal mondo reale e non dal mondo delle idee “pure”. Le ultime tele appartengono alla serie Museo dell'uomo nelle quali si allarga la scena, si moltiplicano i personaggi e gli oggetti volano in tutte le direzioni perdendo completamente il loro senso e la loro funzione. Un caos privo di angoscia e tristezza: una semplice constatazione dell'attuale condizione umana. Compaiono qui le parole che sconfinano dal testo e s'inseriscono nella pittura quali riferimenti all'universo letterario del Tadini scrittore.
Alla Fondazione Marconi saranno esposte le opere realizzate nel decennio 1975-1985. Il testo diventa il protagonista di alcune delle tele esposte, Testo appare come titolo dell’opera, come segno grafico e come vero e proprio testo che, stretto tra penna e pennello e circondato da macchie di colore, svela la doppia identità dell’artista pittore e scrittore. In queste opere, come anche in Parade, la scrittura come immagine e l'immagine vera e propria sono messe sullo stesso piano rendendo la superficie della tela luogo d'incontro tra lingue diverse, ma complementari. Se la tela è il luogo metaforico d'incontro tra parole e immagini, L'atelier è il luogo fisico dove avviene questo fondamentale incontro, l'“abboccamento”, come può far supporre l'amo al centro della composizione. L'atelier diventa così fucina di idee che si concretizzano in immagini e parole dove l'artista (la cui presenza è simboleggiata da un suo autoritratto come testa su un piedistallo) è quasi di stampo rinascimentale: una personalità poliedrica attiva su più fronti. In mostra le opere dedicate ai maestri del passato, Michelangelo, La montagna Saint-Victoire, soggetto prediletto di Cézanne, tributo all'artista considerato il padre dell’arte moderna, in cui il paesaggio provenzale della montagna è rappresentato dall'angolo di una tela voltata, Le mani di Renoir, nell'instabilità del pennello e la sedia a rotelle sono forse un riferimento allo stato di salute del pittore francese durante l'ultimo periodo della sua vita, ma anche una metafora della condizione attuale della pittura. Nelle opere della fine degli anni Settanta immagini e parole vivono sulla tela vite intrecciate, a volte in conflitto come in Natura morta con la parola fine a volte in modo complementare come in Culto. La fusione dei due poli, scritto e pittorico, crea una fitta maglia di citazioni e allusioni che rendono difficile la decifrazione della pittura di Tadini il quale può essere considerato il più astratto dei pittori figurativi dove l'astrazione è proprio rappresentata dall'idea dell'oggetto come fosse l'origine della parola più che la sua declinazione. Nel ciclo Il posto dei piccoli valori, il testo lascia spazio ai piccoli oggetti che scandiscono la vita di ognuno: persi i grandi valori, Tadini evidenzia il significato che possono avere le piccole cose. Le figure fluttuano nell'aria in una spazialità senza punti di riferimento come se si avvicendassero senza ancora aver trovato un ordine nella mente dell’uomo. Con il ciclo Disordine di un corpo classico, agli oggetti, finora protagonisti, subentra la figura umana che non ha nulla di umano se non le fattezze stilizzate. Il manichino di Tadini presenta un'immagine diversa e ambigua del corpo che diventa mostruoso, di colore azzurrognolo, appiattito perchè rappresentato, quindi non reale. La citazione dei classici è affidata ai frammenti di braccia e gambe, sparsi per la tela, che assumono vita propria come fossero reperti archeologici ritrovati e disposti in modo precario e “disordinato”. Nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Brera è esposta l’opera L'occhio della pittura del 1978, appartenente alla collezione del Csac, Università di Parma, una tela dalle dimensioni monumentali sulla quale compaiono tutti gli elementi che caratterizzano la produzione dell'artista, dalle figure umane dal consueto colore atono, agli oggetti invece dai colori vivaci, alle tele voltate, al tavolo, al testo. Tadini stesso individua il tema fondamentale dell’opera “nel vedere primordiale da cui ha origine nel bambino l'atto e il senso del tracciare segni, e da cui (...) ha origine la pittura. Intorno a questo tema, all'origine del quadro, ci sono anche due frasi una di Courbet e l'altra di Duchamp – si può notare l'auto-citazione dell’opera La porta, da Tadini dedicata al grande artista e che appare nella parte sinistra della tela. Courbet ha detto: -Ci vedo troppo chiaro, dovrei spaccarmi un occhio-. Fra tutti i sensi che possono avere queste parole (...) ce c’è uno cui ci si può avvicinare chiedendosi: perchè il vedere troppo chiaro è giudicato come qualcosa che non si deve fare? Duchamp ha detto:-Courbet è un pittore troppo retinico-. Anche qui c'è la parola “troppo”. Possiamo chiederci: quando e come un occhio, vedendo, atto in cui consiste la sua funzione specifica, può fare qualcosa che non dovrebbe fare?